Occhi addosso

Racconto di Marco De Vincentis

Era un po’ di giorni che mi sentivo seguito. Osservato. Ovunque andavo avevo quella strana e irritante sensazione di avere addosso lo sguardo di qualcuno. Ma chi?
Prestando meglio attenzione, ho iniziato ad accorgermi di alcuni visi che distoglievano subito lo sguardo appena li guardavo a mia volta.
Col tempo ho iniziato a notare dei volti, li vedevo spesso, me li trovavo intorno in vari momenti della giornata. Mi seguivano?
Ma chi erano?
Alcune facce mi sembravano come conosciute, ma non sapevo proprio dire chi fossero.
Qualcuno talvolta aveva l’aria di rivolgermi la parola, ma non lo faceva.
Io cominciai a preoccuparmi, e andai dai carabinieri a denunciare la cosa.
“Mi seguono, mi osservano, non so chi siano.” dissi al maresciallo.
Lui mi guardò perplesso.
“Ti stai occupando di politica? Qualcosa del genere? Che stai facendo?” mi chiese.
“No, macché, non sto facendo proprio niente”
Disse che avrebbe indagato.
Intanto io proseguivo la mia vita, e continuavo a sentirmi quegli occhi addosso. Riuscivo ogni tanto a scorgerli con la coda dell’occhio, prima che distogliessero lo sguardo.
Non sembravano malintenzionati, erano persone di tutti i tipi e di tutte le età. E non mi sembravano sguardi cattivi. Talvolta sembravano avviliti, rassegnati. Qualcuno mi pareva proprio triste.
Io non ci capivo niente, e la cosa che mi lasciava più meravigliato è che ogni tanto mi sembrava di scorgere facce conosciute, o forse erano solo somiglianze…
Un giorno mi chiama il maresciallo, dicendo che ha terminato le indagini, e ha delle novità.
Mi reco in caserma curioso di sapere finalmente cosa stava succedendo.
“Ma tu non eri uno scrittore?” esordisce.
“Sono uno scrittore” ribatto.
“No, uno scrittore è uno che scrive. Tu stai scrivendo qualcosa?”
Io alzo le spalle, che discorso strano. Ci penso su un attimo.
“Be’, ho un libro quasi finito, anche se è un po’ che non ci lavoro. Poi alcune idee per dei racconti, ma in effetti non ci sto lavorando da parecchio…”
“Quindi non stai scrivendo”.
“No, attualmente no.”
“Ma a scrivere ci pensi?”
Faccio spallucce nuovamente.
“Si, ci penso ogni tanto. No, in effetti spesso mi vengono idee. Mentre cammino, mentre guido, in vari momenti della giornata. Idee che mi sembrano anche buone, tanto che mi dico che appena arrivo a casa le devo scrivere. Poi però o me ne dimentico, oppure non mi sembrano più tanto buone.”
Lui allarga le braccia, soddisfatto.
“Quella gente che ti osserva… sono personaggi che aspettano che tu riprenda a scrivere. Sono personaggi che hai ideato, e poi abbandonato. Altri sono ancora nella tua testa, e sono in attesa di uscire fuori.”
Lo guardo esterrefatto. Lui continua.
“Un personaggio letterario vive nelle pagine di un libro o di un racconto, ma se questo libro non è scritto o terminato non è vita. Ci sono personaggi che vorrebbero vivere la loro vita, ma tu glielo  impedisci. E allora ti seguono, ti osservano, qualcuno vorrebbe parlarti, ma non osano. Hanno timore, perché tu sei l’Autore, una specie di divinità. Hai diritto di vita e di morte nei loro confronti, e non possono far altro che sperare. Sperare che tu, l’Autore, ricominci a scrivere.”
Sono sbalordito. Mi sembra una cosa assurda, ma lui è un maresciallo dei carabinieri, per uno come lui non esiste l’assurdo. I carabinieri sono gente concreta, basano le loro parole su solide realtà. Se lo dice lui, devo credergli.
“Ma allora… tu dici… mi rimetto a scrivere?”
“Prova. Sappimi dire.”
“Be’… mi sa che vado a scrivere qualche pagina…”  
 Sono andato a casa e mi sono buttato a scrivere. Nel giro di pochi giorni ho ripreso il libro che stavo scrivendo da un paio d’anni, e l’ho avviato verso la conclusione. In effetti mancava veramente poco… Poi ho buttato giù un paio di idee per dei racconti, che mi frullavano in testa da un po’ ma non li avevo mai concretizzati. Ho scritto anche di getto un raccontino fantastico, che m’è parso assai carino, mi era venuto in mente come traccia un giorno mentre guidavo.
Di colpo mi sono accorto che non mi sentivo più addosso quegliocchi. Non vedevo più gente strana che mi osservava durante il giorno, niente più volti distolti d’improvviso.
Anzi, no. Ho notato parecchi volti sereni, tranquilli, che mi lanciavano occhiate rapide e soddisfatte. Mi è parso di vedere delle facce che mi sembravano conosciute, anche se non sapevo proprio dove le avevo già viste. Facce sorridenti. Poi più niente, le giornate sono ridiventate normali.
Sono andato a trovare il maresciallo dei carabinieri.
“Allora?” mi ha chiesto.
“Credo che avevi ragione te” ho ammesso un po’ imbarazzato.
Lui ha annuito soddisfatto.
“Se veramente sei uno scrittore, non puoi smettere. Hai il dovere di continuare a scrivere. Per rispetto verso te stesso, e verso i tuoi personaggi.”
Ho annuito anche io, poi ho dovuto proprio chiederglielo.
“Ma tu come facevi a saperlo?”
Lui ha sorriso sornione, prima di rispondermi.
“Il mio Autore mi ha fatto molto perspicace” ha detto sottovoce, e ha strizzato l’occhio.
Allora io me ne sono andato, avevo quel raccontino fantastico a cui dovevo mettere la parola
FINE