il negro

Racconto di Marco De Vincentis

Il Negro era un filosofo.
Lo chiamavano tutti il Negro, fin da quando aveva 12 anni, perché aveva la pelle scura.
Non c’era nessun intento denigratorio, per carità, in città era antica usanza quella di affibbiare soprannomi, e anzi ce n’erano di più offensivi. Lui aveva la pelle scura, sicché era il Negro.
Che poi non era proprio nero, era olivastro, scuro come lo sarebbe un indiano. Ma un indiano d’India, mica pellerossa. Sennò sarebbe stato il Pellerossa, e non il Negro. In effetti sarebbe stato un ottimo Tremalnaik. Ma per tutti era “il Negro”.
Il Negro faceva il metalmeccanico, e nel contempo studiava all’università. Fuori corso in modo cosmico.
Lo rincontrai dopo anni, e subito mi disse, in tono quasi solenne, che era in analisi da otto anni.
Non sapevo come commentare una notizia simile, e non commentai.
Il Negro era un filosofo.
La parte principale della sua filosofia riguardava i rapporti con le donne. Secondo lui non bisognava credere alle donne. Mai. Qualunque cosa dicessero.
Diceva che anche quando una donna piange, si dispera, si strappa i capelli, tu non le devi credere. Diceva: Devi sempre prendere quello che dice una donna, dividerlo in quattro, prendere un quarto e passarlo in candeggina e ammoniaca, dopodiché dividere ancora per quattro, e quell’ultima quarta parte si avvicina alla verità. Ma non troppo vicino.
Il Negro era un filosofo, ma aveva una visione molto amara della vita. 
Gli chiesi da cosa derivasse questa sua visione, e lui sorridendo mi rispose: La vita ti insegna tutto, nino, l’importante è non rimanerci fregato mentre impari.
E io insistevo, ma forse una donna ti ha fregato?
E lui: Una? Tutte! A partire da mia madre.
Questa era la filosofia del Negro.
Secondo lui potevi credere a tutto, ma non alle donne. Se volevi vivere bene, cioè.
Per lui le donne andavano bene per trarne piacere, ma sosteneva a gran voce che assolutamente dovevi fregartene del loro, di piacere. Mi guardava, con quell’aria da Tremalnaik triste e vestito all’italiana, e diceva con tono pacato: Nino, pensa solo al tuo godimento, scopa e fregatene.
Se qualcuno obiettava che vista così diventava una sorta di masturbazione, applicata ad un corpo femminile, il Negro insorgeva. Intanto la masturbazione per lui era un atto puro e totalmente sincero, e poi secondo lui le donne meritavano un trattamento simile.
“Nino, dammi retta: scopa come ti pare, e pensa solo a te. Non ti deve fregare niente se lei gode oppure no, sei te che conti.”
Questa era la filosofia del Negro.
Suonavamo insieme, era un bravo musicista. Quando suonava non parlava. Be’ non parlava troppo. E suonava bene, un ottimo bassista, con un senso del ritmo pazzesco. Ti chiedevi come faceva un tipo con senso ritmico così spiccato a dire cose così campate per aria. Tanto che  talvolta ti veniva da pensare se non fosse veramente lui ad avere ragione.
Io ero sposato, e il Negro, ovviamente, no. Ad un certo punto il mio matrimonio cominciò ad avere problemi. In effetti il problema principale era mia moglie. La sua fedeltà coniugale era come un bicchiere d’acqua sparso sulla sabbia del deserto. Evaporava in fretta.
Ne parlai col Negro.
Non gli chiesi consiglio, perché agli amici non si chiedono consigli, e gli amici non danno consigli. Gli amici ti stanno a sentire, ti fanno sfogare, poi al massimo ti dicono le loro impressioni.
Il Negro era un filosofo. Anche e soprattutto quando si trattava di ascoltare un amico con problemi. Soprattutto quando quei problemi erano di carattere matrimoniale.
“Vedi, il fatto è che tua moglie è una gran troia.” Così sentenziò.
Ma non era finita.
“Il fatto è che le donne sono tutte gran troie. Tu ne hai sposata una, ma potevi sposarne un'altra, e il risultato non sarebbe cambiato”
Ecco. Questo era il Negro.
Qualche tempo dopo, parlando di noi, gli dissi che adesso anche io avevo un amante. Lui la prese male.
Mi disse che così facendo era come curare una contusione picchiandoci sopra col martello.
Il negro era un filosofo, e la sua filosofia non ammetteva distrazioni.
Mi fece un sacco di domande, quello che voleva sapere, quello che gli premeva, era se si trattava di un semplice affare sessuale o se c’era una intenzione seria, con base sentimentale.
“Se te la scopi va bene. Se pensi all’amore sei un cretino”.
Questo era il Negro.
Lo incontrai qualche tempo dopo. Gli dissi che avevo divorziato e avevo preso un gatto.
Il suo sorriso fu eloquente più di qualunque discorso, aveva l’aria compiaciuta, si vedeva che stava dando ragione a sé stesso. Sorrideva compiaciuto, tra sé e sé. Infine parlò, elargendomi una grande perla della sua filosofia..
“Se tu avessi preso un gatto fin dall’inizio, avresti risparmiato un sacco di soldi.”